Un muretto a secco in pietra nella campagna pugliese, con due biciclette appoggiate
Un muretto a secco in pietra nella campagna pugliese, con due biciclette appoggiate — foto: Dimensione Puglia · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Chi arriva per la prima volta in Valle d'Itria nota subito che il paesaggio è disegnato da una sola materia: la pietra calcarea. Sta nei muri delle case, nelle recinzioni dei campi, nelle coperture coniche che spuntano fra gli ulivi, nel selciato dei centri storici. Non è una scelta estetica ma il risultato di un vincolo: qui la pietra affiora ovunque, e per secoli è stata l'unico materiale disponibile in quantità. Da questo vincolo è nata una tecnica costruttiva che oggi è riconosciuta come patrimonio culturale.

Che cos'è davvero un trullo

Un trullo è una costruzione realizzata a secco, cioè assemblando pietre una sull'altra senza malta né cemento a legarle. La stabilità non viene da un collante ma dalla geometria: il peso di ogni elemento e la sua posizione tengono insieme l'insieme. È lo stesso principio di un arco, applicato a una cupola.

La pianta è tipicamente circolare o quadrangolare, con muri molto spessi, spesso imbiancati a calce. Sopra si imposta la copertura, che è la parte tecnicamente più interessante. Il tetto è in realtà doppio: all'interno si sviluppa una volta costruita con conci disposti in cerchi concentrici che si restringono verso l'alto fino a chiudersi con una chiave; all'esterno viene sovrapposto un cono impermeabile fatto di lastre calcaree, le chianche, e di elementi più sottili chiamati chiancarelle. Sono queste ultime, posate leggermente inclinate verso l'esterno, a far scivolare via l'acqua piovana.

Il pinnacolo e i simboli

In cima al cono si trova quasi sempre un pinnacolo, un elemento decorativo lavorato in pietra. Le forme cambiano da costruzione a costruzione e la tradizione vuole che avessero anche una funzione simbolica, di buon auspicio e di protezione. Su alcuni coni, soprattutto ad Alberobello, compaiono inoltre segni tracciati in bianco di calce, con significati religiosi o simbolici. Sono dettagli che vale la pena cercare con lo sguardo mentre si percorre la campagna: da lontano i trulli sembrano tutti uguali, da vicino non ce ne sono due identici.

Consiglio pratico: per capire davvero questo paesaggio lasciate le strade principali e prendete le stradine di campagna fra Martina Franca, Locorotondo e Cisternino. È lì che i trulli non sono monumento ma edilizia rurale ancora in uso, ancora circondata da vigne, uliveti e recinzioni di pietra. Procedete piano: le carreggiate sono strette e i muretti non perdonano.

I muretti a secco: perché esistono

I muretti che dividono i campi non sono decorazione. Nascono da un'operazione agricola precisa, lo spietramento: per rendere coltivabile un terreno carsico bisognava prima liberarlo dalle pietre affioranti. Quelle pietre andavano messe da qualche parte, e la soluzione più economica è stata usarle per costruire.

Ne è derivato un sistema con più funzioni contemporaneamente. I muretti delimitano le proprietà, contengono il terreno sui pendii impedendo che le piogge lo dilavino, riparano le colture dal vento, e nelle loro cavità offrono rifugio a lucertole, insetti e uccelli. In molte aree italiane la stessa tecnica ha prodotto veri terrazzamenti, sostenendo la coltivazione su versanti che altrimenti sarebbero stati inutilizzabili. È una tecnologia povera con una resa altissima, tenuta in piedi da generazioni di contadini.

Il riconoscimento UNESCO

Nel 2018 l'arte dei muretti a secco è stata iscritta nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità dell'UNESCO. La candidatura era transnazionale, condivisa da otto Paesi europei, e per l'Italia ha rappresentato il nono riconoscimento in quella lista. Il punto centrale della motivazione è che non si tutela un monumento, ma un saper fare: la conoscenza tecnica di come si sceglie, si taglia e si posa la pietra, trasmessa oralmente e con la pratica.

Un riconoscimento diverso, ma complementare, riguarda i trulli di Alberobello, iscritti nella lista del patrimonio mondiale UNESCO nel 1996. In quel caso a essere tutelato è un tessuto urbano: la concentrazione eccezionale di costruzioni in pietra a secco nei rioni Monti e Aja Piccola, che conta oltre millecinquecento strutture. Alberobello è l'eccezione urbana; la Valle d'Itria attorno a Martina Franca è la regola rurale, e le due cose si spiegano a vicenda.

Un paesaggio che funziona ancora

La pietra a secco non è solo memoria. I muri molto spessi hanno una notevole massa termica: accumulano calore di giorno e lo rilasciano di notte, mantenendo gli ambienti interni più freschi d'estate e più stabili d'inverno. È un comportamento bioclimatico che oggi verrebbe progettato con calcoli e software, e che qui è stato ottenuto per prova ed errore nell'arco di secoli.

Lo stesso vale per i muretti: senza legante, sono permeabili all'acqua e quindi non creano gli sbarramenti che provocano dissesti. Percorrendo la campagna intorno a Martina Franca vedrete tratti perfettamente conservati e altri crollati e ricostruiti: è normale, un muro a secco si ripara smontandolo e rimontandolo. La sua manutenzione è parte della tecnica, non un'eccezione. Ed è esattamente questo che l'UNESCO ha voluto proteggere: non le pietre, ma le mani che sanno rimetterle a posto.

Dormire nel centro di Martina Franca

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